Portugal al Cubo #729
Installazione
ceramiche 14x14 cm dipinte
2017
Galleria Buchmann, Lugano (CH)
Fotografie di Antonio Maniscalco
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Azulejos
Testo di Dalmazio Ambrosioni

Un’arte antica vertiginosamente proiettata nel presente
Azulejo, e subito viene in mente una splendida tradizione tra piazze, monumenti, stanze di Lisbona e i barrios di Spagna. Azulejo, e ci si trova immersi in un mondo di forme, colori e ritmi antichi ed anche stranianti. Infatti non deriva da “azul”, blu in portoghese, come si potrebbe immaginare ammirando le scenografie lusitane con piastrelle dipinte a mano e cotte al forno nella tipica dimensione di cm. 14x14, con quel particolare azzurro foncé che ricorda mare e cielo, ma dall'arabo “al-zulaiga”, “piccola pietra lucida” con la quale i “mori” insediati in Spagna hanno cercato di imitare i mosaici romani. Il modo degli arabi di impiegare gli azulejos per decorare i pavimenti piacque ai sovrani portoghesi al punto che questo tipo di tecnica finì per svolgere un ruolo distintivo non solo nell’apparato decorativo e figurativo ma anche nell’architettura già a partire dal XV secolo.

La storia aggiornata
Rapporto con l’architettura, Portogallo, Spagna, cultura araba, mosaici romani… Ecco a ritroso lo straordinario albero genealogico dell’azulejo, che per Alex Dorici si raccorda anche alla genealogia familiare, la mamma è portoghese. Come sempre succede nell’arte vera, gli agganci storici sono non solo importanti ma fondamentali. Dalla storia derivano le straordinarie atmosfere che, come sedimentazioni, si sono accavallate negli azulejos per secoli sino a dar vita ad un genere tra i più distintivi delle decorazioni private e delle scenografie urbane. Ancora oggi, passare tra piazze, vicoli e piazzette, visitare chiese e monumenti, soprattutto ma non solo di Lisbona, equivale a immergersi in un museo all’aperto dell’arte dell’azulejo. Un museo vivo, che si aggiorna di continuo; anche la scena artistica contemporanea tra XX e XXI secolo continua a lasciare con l’azulejo un segno di vivacità nelle città e di ricerca della bellezza dentro le stanze quotidiane del vivere.
Un esempio? È sorprendente incontrare nella metropolitana di Lisbona gli azulejos di artisti del Novecento, da Vieira da Silva a Julio Pomar. E, tra questi, il grande dipinto a ceramica realizzato proprio con l’azulejo da Zao Wou Ki (Pechino 1920 - Nyon 2013) dove l’artista cinese naturalizzato francese, considerato tra i massimi del Novecento e con grande familiarità con la Svizzera ed in particolare con Locarno (1), accosta infinite variazioni di blu e azzurri acquarellati fino al verde in un effetto di grande potenza. L’idea di decorare con la ceramica e l’azulejo le stazioni della metropolitana ha attraversato i confini; si vedono opere d’arte simili nelle Underground di Bruxelles (Jardin Botanique), Parigi (Champs Élysées/Clémenceau), Budapest (Deák Tér), Mosca (Belourusskaya) e Sydney (Martin Place), oltre che in varie stazioni ferroviarie. In questo modo simbolicamente l’azulejo traduce in visione l’idea del viaggio con tutto quanto significa sul piano dei collegamenti, degli scambi, degli incontri, delle mescolanze. Insomma di un mondo in movimento, irrequieto: nel rispetto della tradizione ma guardando oltre.

Lugano, Como, Parigi, Lisbona…
L’opera di Alex Dorici con l’azulejo - che costituisce una parte omogenea e ben caratterizzata nel suo complessivo lavoro d’artista - consiste certamente nel recupero, nella riedizione di una tecnica storica tra le più affascinanti. S’inserisce a pennello nella ricerca d’un artista giovane (Lugano 1979) con già alle spalle un’importante e originale vicenda espressiva. Ma guarda decisamente oltre, verso una nuova stagione propulsiva sul piano artistico. Intanto perché alla parte storica si è già dedicato nel doppio soggiorno a Como, prima al liceo artistico Giuseppe Terragni e poi all’Accademia di Belle Arti Aldo Galli, dove si è diplomato in pittura e incisione calcografica.
Poi perché questa duplice, fondamentale esperienza è stata irrobustita da un intenso apprendistato tecnico nello storico Atelier Contrepoint, meglio conosciuto come Atelier 17, laboratorio di incisione e sperimentazione grafica frequentato soprattutto da astrattisti e surrealisti, fondato da Stanley William Hayter (2) pittore e incisore inglese (Londra 1901-Parigi 1988), allievo di Balthus e amico di Giacometti. L’Atelier 17 è stato uno dei più vivaci luoghi d’incontro di idee ed esperienze e lo stesso Hayter (per dire delle coincidenze) nel 1958 ha vinto il Premio Lugano per la grafica. Il suo è un metodo fondato su un’estrema professionalità tecnica coniugata con un’ampia libertà stilistica; con lui la grafica si apre ai modi e ai materiali dell’arte moderna, incuneandosi nei meandri dell’astrattismo, al punto di riuscire ad aggiornare la storia dell’incisione.
Riguardo ad Hayter ma anche ad Alex Dorici che ne ha frequentato l’Atelier parigino viene in mente un passo di Bruno Munari nelle celebri lezioni alla Harvard University: “… raggruppare, dividere, cambiare, fare altri accostamenti, ruotare finché la combinazione stessa delle forme che lentamente hanno preso consistenza suggerisce il modo di concluderla”. Lugano come Harvard, ma al posto del foglio di carta, della lastra di zinco o di rame, al posto delle forbici e della colla, di acidi, bulini, rulli, tele, tarlatane e torchi, al loro posto per Alex Dorici, che continua a frequentare con piacere il mondo della grafica, ecco un moderno, aereo segno “azul” da disporre asimmetricamente su piastrelle bianche ancorate nella storia, ma pronte ad accogliere impulsi nuovi.

Prospettive vertiginose
Le variazioni nascono dagli incroci di geometrie che attraversano le installazioni, i dipinti, le incisioni e in modo ancora più distintivo gli azulejos di Alex Dorici. Nel vortice di un irruente dinamismo, le figure piane diventano solidi geometrici attraverso il mutare e il ricomporsi in forme nuove di quadrato, rettangolo, triangolo, cerchio da cui prendono forma trapezi, rombi e un’infinita serie di forme poligonali. La tridimensionalità pare giocare con poliedri più o meno regolari e solidi di rotazione. Sono stravolgimenti ben gestiti, aggiornamenti di geometrie recuperate alla loro libertà, figurazioni nuove che forzano le leggi della matematica e delle classiche armonie. Sono formulazioni anche spericolate attraverso le quali l’ampio gesto di Dorici stabilisce prospettive vertiginose, tali da racchiudere, specificandoli, tanto lo spazio esteriore, architettonico ed urbano, quanto e forse soprattutto quello interiore; su  strutture solidamente ancorate nella storia dell’arte si riconoscono gli instabili equilibri, i ritmi stravolti ed anche nevrotici del nostro tempo.
E allora nel rincorrersi di forme geometriche volutamente asimmetriche, di quadrati e rettangoli che diventano cubi e parallelepipedi, ma anche trapezi, rombi ed altro ancora, nell’attenzione e nel superamento della sezione aurea, potrei dire nella messa in discussione dell’esatto mondo newtoniano, si accendono parabole di una creatività ben temperata, sempre mettendo in discussione e diversamente orientando presunte certezze di un’epoca incerta come la nostra.

Geometrie che rimbalzano
Le lattee, bianchissime geometrie di Dorici si colorano d’un denso “azul”, che richiama una magnifica storia espressiva. Entrano nel gioco delle geometrie, infrangono le simmetrie creando prospettive inedite, stravolgenti. Geometrie che rimbalzano. Perché l’artista le forza, le altera, deforma e sconvolge, le rende vorticosamente adatte a dispiegarsi tra le armonie asimmetriche e/o le simmetriche disarmonie che contraddistinguono questo nostro tempo, nel suo frenetico precipitare tra passato e futuro. E intanto lungo le scoperte della scienza (3) tutto cambia, dalla geometria alla matematica, dalla nozione di tempo (il tempo non scorre regolare, ma rallenta e accelera, a seconda…) a quella di spazio (lo spazio non è un contenitore inerte, ma si muove, si comprime, si espande e si distorce…).
Come può l’arte rimanere insensibile a tutto questo, ancorata ad una visione dell’universo bella e rassicurante, ma che non corrisponde più? Nelle febbrili variazioni del segno di Alex Dorici con l’azulejo, arte antica, si manifesta il sentimento anche di nuove visioni aperte dalla scienza. A partire dalle teorie accertate di Einstein, ma ancor prima dall’ansia insopprimibile di sapere, di scoprire, di conoscere. Quelle variazioni riempiono di stupore e appaiono meravigliose perché spalancano scenari nuovi, inaspettati e sorprendenti. Da rimanere a bocca aperta.

Lo sguardo stravolgente
Quando la componente immaginativa e geometrico-scientifica dell’opera di Alex Dorici fatalmente incrocia la strada della tradizione, ecco che la rispetta aggiornandola, la aggiorna stravolgendola. La proietta in un turbine vertiginoso nel quale è costretta a liberarsi dagli agganci figurativi per esaltare il versante asimmetrico, la rottura di simmetria. Scardina l’ordine acquisito per cercare nuove armonie con le quali interpretare i linguaggi di oggi. L’ha fatto, continua a farlo anche con i materiali, emulsioni oleose ma anche strutture con scotch e spago, carta, cartone, magari solo la luce… e figuriamoci con la ricerca di nuove geometrie e prospettive. Prima, però, s’è premurato di imparare la lezione della storia dell’arte, tra la formazione scolastica a Como e quella tecnico-artistica di Parigi, ricercando in direzioni ben precise. Parte dalla prospettiva che, come indica Dante Alighieri nel Convivio, è “ancella” della geometria”, che a sua volta “è bianchissima, in quanto è sanza macula d'errore e certissima per sé e per la sua ancella, che si chiama Perspettiva”.  
Dovessimo, tra geometria e prospettiva, trovare ad Alex Dorici un riferimento nella grande arte del passato, lo sguardo volgerebbe verso il Piero della Francesca della Flagellazione (1460 circa, Urbino), capolavoro di equilibrio compositivo fondato sulla proporzione aurea e quindi sull’accertamento scientifico (“sanza macula d’errore”). L’impianto prospettico rigoroso descrive uno spazio architettonico classico, scandito dal pavimento lastricato che lo rende perfettamente misurabile, mentre le linee, nel momento stesso in cui danno profondità, guidano lo sguardo dell’osservatore verso l’episodio principale del racconto. Luce ed ombra (bianco ed azul nel caso di Alex Dorici) contribuiscono alla costruzione di un solido spazio geometrico. Per cui la semplificazione e la disposizione bilanciata dei vari elementi compositivi, proprio nel momento in cui concorrono ad un’esatta definizione prospettica, invitano verso significati simbolici che vanno ben oltre quelli figurativi e descrittivi.

Il versante architettonico della pittura
Con Piero della Francesca (tra l’altro autore del trattato “De prospectiva pingendi” scritto in volgare tra gli anni ‘60 e ‘80 del Quattrocento) il problema della prospettiva è risolto. Le vertiginose visioni di Alex Dorici richiamano Piero della Francesca nel rigore della ricerca prospettica, ma anche gli astrattisti di Como: Mario Radice, Terragni, Aldo Galli e gli altri che ha respirato, magari senza volerlo, nel duplice ciclo di studi nella città lariana tra fine Novecento e primo Duemila. Siamo nel punto focale del laboratorio pittorico, grafico ed architettonico del primo astrattismo italiano.
Se diciamo Giuseppe Terragni, ebbene Alex ha frequentato proprio il liceo artistico a lui intitolato; se diciamo Aldo Galli, ha seguito i corsi e si è diplomato nell’Accademia di Belle Arti che porta il suo nome. Nemmeno volendo, non avrebbe potuto evitare di posare in qualche modo lo sguardo su questo momento sorgivo dell’astrattismo in Italia. E chissà quante volte sarà passato dalle parti di piazza Camerlata con la sorprendente Fontana di Mario Radice e Cesare Cattaneo (4), pittore ed architetto. Come tutti sarà rimasto sorpreso da quella particolarissima simmetria d’un razionalismo di stampo marcatamente architettonico - la fontana si eleva e si espande con i suoi cerchi - con il quale nega ogni centro e ogni precostituita regolarità geometrica per accentuare la ricerca del dinamismo.
Come la pittura degli artisti comaschi risentiva delle teorizzazioni degli architetti, anche nell’opera di Alex Dorici, ed in particolare negli azulejos, gli elementi base della figurazione astratta – linee, figurazioni geometriche piane, colore costante e ribadito – sono combinati con logica costruttiva. Dove però gli equilibri visivi e i bilanciamenti di linee e forme sono fortemente attaccati e come stravolti da una ridda di strombature, di assonometrie, di simmetrie infrante, di stravolgimenti decisi ed a tratti veementi, che danno vita a nuove, vertiginose prospettive ad un tempo matematiche, architettoniche e simboliche, che si dispiegano in una sorta di algoritmo.

Strofe d’un poetico verseggiare
Sono punti di partenza che non possono bastare ad un artista del XXI secolo. Il quale le sue prospettive se le va a cogliere nella storia dell’arte per adeguarle a se stesso e riuscire meglio ad interpretare i modi e i ritmi del suo e nostro tempo anche sulla base delle nuove frontiere della scienza: spazio e tempo naturalmente, e prima l’instabilità di un ordine mai definitivo e quindi in perenne movimento.  
Risultato? Alex Dorici negli azulejos supera di slancio il figurativo mettendo a frutto tanto le lezioni di maestri vicini e lontani quanto l’incalzare della scienza. Per finalmente strutturare una cifra stilistica fatta di linee, angoli e volumi, di incroci e ripartenze, vicinanze e contrasti, di vuoti e pieni, luci ed ombre E su tutto distende un proprio versante delicatamente lirico: le pennellate d’azul sul bianco latte delle piastrelle cotte al forno, per quanto disposte in modo stravolgente, sono altrettante strofe d’un verseggiare poetico, lungo una metrica ben ritmata tra larvate sintonie e robusti contrasti nel gioco delle vicinanze e dei respingimenti.